Santi dell’Arcidiocesi

 S. Alferio Pappacarbone

Abate, Salerno 930 – 12 aprile 1050

Nato a Salerno nel 930 dalla nobile famiglia dei Pappacarbone, servì per lungo tempo Guaimaro, principe della sua città. Settantenne, nel 1002, era a capo di una legazione diretta in Francia al re Enrico II, per ottenerne la protezione sul suo signore e sul suo principato. Essendosi ammalato gravemente prima di valicare le Alpi, chiese ospitalità al monastero di S. Michele della Chiusa e, mentre i suoi compagni proseguirono il loro cammino, fece voto di farsi monaco se fosse guarito. Infatti, ristabilitosi, lasciò il mondo per rivestire l’abito benedettino, e seguì a Cluny s. Odilone incontrato nel convento della Chiusa.

Alcuni anni dopo, il principe di Salerno chiese al grande abate di Cluny il suo antico ministro per impiegarlo nella riforma dei monasteri del salernitano, ma, dopo un tentativo poco fruttuoso, Alferio si ritirò con due compagni nella Cavea metiliana o “valle Metilia”, presso Salerno (nell’attuale Cava dei Tirreni), per menarvi vita eremitica in preghiera e penitenza. In seguito vi costituì, dedicandolo alla S.ma Trinità, un monastero per dodici discepoli, destinato a diventare uno dei principali centri della riforma monastica. La comunità fu organizzata sul tipo di quella di Cluny e secondo il suo spirito. Fra i discepoli del santo dobbiamo ricordare il mercante di Lucca s. Leone e il monaco Desiderio, che più tardi salirà al trono pontificio col nome di Vittore III e tesserà l’elogio di Alferio nel terzo libro dei suoi Dialoghi. Il monastero godette della particolare benevolenza di Guaimaro, il quale con decreto del 1025 ne riconosceva l’esistenza, concedendo un largo tratto di terra intorno e piena libertà di governo, compresa quella di eleggere l’abate in seno alla comunità senza alcuna ingerenza di secolari.

Alferio morì nel 1050, il 12 aprile, giorno in cui è festeggiato, dopo aver designato Leone di Lucca suo successore e aver revocato la norma stabilita di non accogliere nel suo monastero più di dodici monaci.

I suoi undici immediati successori sono venerati con culto pubblico riconosciuto dalla Chiesa; come santi: Leone, Pietro e Constabile, insieme col santo fondatore Alferio, con decreto di Leone XIII del 1893 ; come beati: Simeone, Falcone, Marino, Benincasa, Pietro II, Balsamo, Leonardo e Leone II, con decreto di Pio XI del 1927.

S. Pietro Pappacarbone

Vescovo, Salerno 1043 (o 1038)- 4 marzo 1123

Nacque a Salerno nel 1043. Congiunto di sangue con i principi longobardi di Salerno, fu anche nipote di S. Alferio, primo abate e fondatore dell’Abbazia della Trinità di Cava dei Tirreni (fondata nel 1028). Entrato giovane fra i benedettini di Cava, distinguendosi per l’ardore religioso e desiderio di mortificazione, fece grandi progressi spirituali sotto la guida dell’abate s. Leone I (1050-79) primo successore di suo zio s. Alferio Pappacarbone. Fu amante della solitudine e per questo si ritirò a fare l’eremita sul vicino monte S. Elia. Poi partì per Cluny, desideroso di perfezionare la sua formazione alla scuola di S. Ugo abate. Qui rimase per otto anni temprando il suo carattere all’austerità della vita monastica. Verso la fine del 1067 tornò al monastero di Cava e fu nominato dal principe di Salerno Gisulfo II, vescovo di Policastro, ma dopo pochi anni di intensa opera pastorale, rinunziò alla carica riprendendo la sua vita ascetica a Cava, dove s. Leone I, molto avanti negli anni, lo associò alla guida dell’abbazia.Pietro volle applicare rigidamente le norme di Cluny che aveva appreso in Francia, provocando una vivace reazione da parte dei monaci, che riuscirono a convincere delle loro ragioni anche il vecchio abate Leone. Pietro allora si allontanò dalla badia, ritirandosi nel monastero di S. Arcangelo del Cilento, dove restaurò la vita monastica secondo il rigore cluniacense.

Dopo qualche tempo ritornò al governo di Cava, richiamato dai monaci che si erano ricreduti. Il 12 luglio 1079 morì l’abate s. Leone I e Pietro subentrò in pieno nella carica di abate di Cava e delle sue numerose dipendenze, governando con fermezza e sapienza.

I principi di Salerno, furono molto generosi con lui concedendo feudi e beni, affidandogli più di 350 monasteri latini e greci nel Cilento, in Lucania, in Puglia e in Calabria. Sotto il suo governo, l’abbazia della Trinità di Cava divenne il centro di una potente congregazione monastica con svariate centinaia di chiese e monasteri dipendenti, ormai sparsi in tutta l’Italia Meridionale.

Furono più di 3.000 i monaci cui Pietro diede l’abito; l’abbazia come tutte le dipendenze, godevano di privilegi ed esenzioni concessi con l’indipendenza assoluta dai vescovi, mentre i principi salernitani ed i signori Normanni, l’avevano dotata di poteri feudali; per controllare meglio il buon andamento delle dipendenze, introdusse la visita periodica dei monasteri, che poi i suoi successori tramutarono in Capitoli.

Fu grande nell’esercizio delle virtù monastiche specialmente nell’orazione e la penitenza, praticò con insistenza la dolcezza e l’umiltà, soprattutto con i monaci e nella correzione dei sudditi, di cui ricevé sempre stima ed affetto.

Si racconta di lui una ricca sequenza di avvenimenti miracolosi, che diffusero la sua fama in tutta l’Italia Meridionale. Nei primi giorni di settembre del 1092, il papa Urbano II, che l’aveva conosciuto a Cluny, arrivò a Cava dei Tirreni con un seguito di cardinali, vescovi, principi e baroni, compreso il duca Ruggero, provenienti da ogni regione del Meridione; il papa consacrò la nuova chiesa abbaziale, ampliata e trasformata in basilica a più navate, concedendo all’abate le insegne vescovili.

Resse il Cenobio fino a che passò al Monastero di Perdifumo nel Cilento dove morí il 4 marzo 1123 all’età di 80 anni, carico di meriti e di virtù e fu sepolto nella stessa cripta dei suoi predecessori.

Se s. Alferio è stato il fondatore dell’abbazia di Cava, s. Pietro I è riconosciuto come il vero costruttore, cui si devono l’organizzazione della vita monastica e il meraviglioso impulso dato alla Congregazione Cavense.

A poca distanza dalla morte fu elevato agli onori degli altari e proclamato protettore della Diocesi di Policastro. Nel 1874 Mons. Giuseppe M. Cione, Vescovo di Policastro, curò la traslazione delle reliquie del Santo nella cattedrale di S. Maria Assunta.

Dal 1987 è compatrono della nuova sede della Diocesi di Teggiano-Policastro. La sua festa cade nella seconda Domenica dopo Pasqua.

S. Pietro da Salerno

Vescovo, Salerno 1030 ca – Anagni 1105

Consacrato nel 1062 da Papa Alessandro II era nato una trentina di anni prima dalla famiglia dei Principi di Salerno ed era detto anche Pietro de Principibus. La consacrazione a Vescovo di Anagni venne consigliata dal monaco Ildebrando de Soana futuro Papa Gregorio VII. San Pietro da Salerno ebbe un ruolo di rilievo nell’organizzazione della Prima Crociata e mantenne fecondi rapporti con la sua terra d’origine.
Beato Giovanni Guarna

Domenicano, Salerno 1190 – Firenze 1242

Giovanni Guarna, nato a Salerno nel 1190, di nobile stirpe normanna, ricevette l’Abito dei Predicatori dalle mani del santo Padre Domenico che ebbe, nel 1219, anche come guida e maestro. Fu suo gran merito far tesoro di sì preziosi ammaestramenti, tanto che si poteva affermare che in lui era passato lo spirito di Domenico. Il Padre lo mandò insieme a dodici compagni a propagare l’Ordine in Toscana, e sebbene Giovanni fosse il più giovane, fu messo alla testa di tutti, a dimostrazione di quanta stima avesse per lui Domenico. Il drappello si fermò a Firenze il 20 novembre 1221 presso Santa Maria Novella. In breve Giovanni fu padrone dei cuori. Il popolo accorreva in gran numero ad ascoltarlo. I peccatori si convertivano, e in tutti ci fu un risveglio e un rifiorire della vita cristiana, tanto che i cittadini vollero fra loro nuovi Predicatori. Per incarico di Papa Gregorio IX riformò il monastero benedettino di Sant’Antimo. Verso il 1230 fondò a San Jacopo di Ripoli la prima comunità femminile Domenicana in Toscana. Quando Giovanni ebbe notizia dell’ultima malattia del fondatore si affrettò ad accorrere a Bologna, potendo così ricevere l’ultima sua benedizione. Ritornato a Firenze, riprese con ardore la sacra predicazione. Combatté strenuamente gli eretici paterini che infestavano la città e, dopo aver attirato all’Ordine molte e scelte vocazioni, nel 1242 si addormentò nel Signore. Papa Pio VI il 2 aprile 1783 ha confermato il culto.
Servo di Dio Matteo Ripa

Missionario e fondatore, Eboli (SA), 29 marzo 1682 – Napoli, 29 marzo 1746

Matteo Ripa nacque ad Eboli il 29 marzo 1682, quando la ridente cittadina di oggi, era effettivamente in quei tempi, un povero borgo rurale, che non aveva ancora scoperta la possibilità di un’attività turistica sui lidi marini del suo territorio, oggi in piena espansione.I suoi genitori erano comunque di buone condizioni economiche, il padre Gianfilippo dei baroni di Planchitella era un medico, forse l’unico del paese. Verso i quindici anni si trasferì a Napoli, la capitale del Regno e centro culturale di tutto il Meridione, per completare i suoi studi; dopo qualche sbandamento giovanile si affidò alla guida spirituale del famoso padre Antonio de Torres, esimio membro della Congregazione dei Pii Operai, iscrivendosi come chierico alla Congregazione sacerdotale di S. Maria della Purità, fondata e diretta dallo stesso Antonio Torres.Venne ordinato sacerdote a Salerno il 28 maggio 1705, padre Torres lo mandò a Roma per formare insieme al sac. Gennaro Amodei, il primo nucleo del Collegio di Propaganda Fide, voluto da Clemente XI per la formazione dei missionari; rimase a Roma per oltre due anni, legandosi in sincera amicizia col Pio Operaio Tommaso Falcoia, che divenne suo direttore spirituale.

In quel tempo la Chiesa missionaria viveva un periodo assai critico, con la dirompente questione dei riti cinesi, che vide in netta contrapposizione i gesuiti, che difendevano i riti tradizionali cinesi applicati alla liturgia cattolica e i missionari di Propaganda Fide che seguendo la Costituzione apostolica di papa Clemente XI del 1717, li condannavano.

Per calmare la situazione fu mandato in Cina mons. C. Mailard de Tournon, come Legato Apostolico, lo stesso Tournon fu creato poi cardinale dal papa e padre Ripa insieme ad altri quattro missionari fu incaricato di portargli la berretta cardinalizia in Cina.

Si imbarcò a Londra il 6 aprile 1708 e dopo un lungo e sofferto viaggio con tappe avventurose in Malacca, Manila, Capo di Buona Speranza, Bellassor, sbarcò a Macao il 2 gennaio 1710; qui ebbero la sorpresa di trovare il Legato pontificio prigioniero dei portoghesi, dopo aver subito l’allontanamento da Pechino da parte dell’imperatore Kangshi, a causa delle discordanze sulla questione dei riti.

Morto il neo cardinale di crepacuore, Matteo Ripa riuscì a farsi accettare a corte, per il suo talento d’artista, come incisore e pittore, i suoi paesaggi piacevano particolarmente.

Prese il nome cinese di Ma Kuo-hsien, inserendosi nel loro mondo, adottando il modo di vestire e apprendendone la lingua. Oltre che incisore e pittore, fu un discreto meccanico artistico, fornendo alla corte imperiale dei perfetti orologi. Nel 1719 aprì una scuola per catecumeni e collaboratori cristiani cinesi.

Suo malgrado fu coinvolto nella diatriba e controversia dei riti cinesi e toccò a lui pronunziare per conto del vescovo di Pechino, la sentenza a favore di Propaganda Fide, per questo fu in polemica con il gesuita Kiliano Stumpf, il quale lo attaccò con uno scritto stampato anonimo a Pechino nel 1718.

La sua partecipazione attiva in questa controversia gli meritò la nomina di protonotario apostolico con il beneficio della badia di S. Lorenzo in Arena (Mileto). Ma dopo la morte dell’imperatore, avvenuta il 20 dicembre 1722, fu costretto a tornare in Europa; imbarcatosi a Canton il 24 gennaio 1724, insieme a quattro giovani allievi cinesi e con il maestro Gioacchino Wang, ricevé nel porto di Londra speciali onori dal Re Giorgio I, proseguendo poi per Napoli, dove giunse il 20 novembre 1724.

Qui acquistò un edificio sulla collina della Sanità, con annessa chiesa per il suo Seminario “in servizio delle Missioni degli Infedeli” prosieguo dell’Istituto già iniziato qualche anno prima in Cina. Per otto anni tenne aperto in prova l’Istituto, poi con l’approvazione del papa (1725) e successivamente dell’Autorità civile, lo inaugurò solennemente il 25 luglio 1732 con il titolo di “Congregazione Missionaria della S. Famiglia di Gesù” detta pure “Collegio dei Cinesi”, con dimora definitiva a Napoli nella Villa Pirozzi, acquistata dagli Olivetani sull’altura della Sanità.

L’Istituzione comprendeva tre sezioni di iscritti: alunni cinesi e indiani, sacerdoti e chierici congregati, sacerdoti e chierici convittori; a quest’ultima sezione si iscrisse nel 1729 il grande s. Alfonso Maria de’ Liguori, il quale però incoraggiato dal prima citato Pio Operaio Tommaso Falcoia, se ne allontanò scegliendo altre forme di apostolato nel reame di Napoli.

Questo non piacque a Matteo Ripa, il quale staccò ogni legame con l’antico direttore spirituale, con il quale era stato sempre in contatto epistolare anche dalla Cina. Il “Collegio per i cinesi” fu il primo Istituto Orientale d’Europa, beneficiando degli aiuti compiacenti di vari pontefici e con l’allargamento ad accogliere altri giovani orientali oltre che cinesi.

L’Opera fiorì egregiamente fino alla morte del fondatore Matteo Ripa, avvenuta il 29 marzo 1746 a Napoli; prima delle leggi di soppressione degli Enti e Ordini religiosi del 1866, i giovani cinesi preparati all’opera di evangelizzazione nel loro grande Paese d’origine, furono 106; fra essi vi sono anche dei martiri, come Simone Carlo Ciu, morto nel 1820; Filippo Liu morto nel 1785; Francesco Tien anche lui barbaramente trucidato; inoltre fra i suoi alunni vi furono numerosi futuri arcivescovi e vescovi.

Il Governo Italiano il 12 dicembre 1869 dichiarava il Collegio ente morale, cambiandone il nome in “Collegio Asiatico” di Napoli, togliendogli il suo vero scopo e sperperandone il patrimonio. I padri della Congregazione della S. Famiglia, lottarono per decenni per riaverne il possesso e riportarlo all’originaria destinazione del suo pio fondatore; gli atti giudiziari si susseguirono, finché pur avendo avuto ragione dal tribunale, il Governo con apposita legge del 27 settembre 1888 trasformava il Collegio in Regio Istituto Orientale.

L’Opera fu tanto apprezzata anche fuori dall’Italia; prima di conoscere l’Italia la Cina conosceva Napoli. Ancora oggi esiste a Napoli il prestigioso Istituto Universitario Orientale, unico in Italia, che è la continuazione della tradizione culturale e linguistica orientale, a livello universitario, del glorioso Istituto fondato alla Sanità nel XVIII secolo, anche se per evidenti motivi di numero d’iscritti, i suoi ampi locali sono ormai situati in altri posti della città partenopea.

L’antico Collegio fu trasformato in un ospedale per cronici; Eboli, la città natale di Matteo Ripa, gli ha intitolata una biblioteca e una delle principali strade; Napoli nel 1912 gli eresse un monumento nei pressi dell’antico ‘Collegio dei cinesi’. Il primo processo informativo fu celebrato a Napoli nel 1872-76.

Serva di Dio Maria Pia della Croce

Suora, Capriglia 12 dicembre 1847 – S. Giorgio a Cremano 1 luglio 1919

Maddalena Rosa Notari nacque a Capriglia (Salerno) il 12 dicembre 1847, crebbe a Napoli in casa di uno zio e a sei anni venne messa nel convitto delle suore della Visitazione, per essere educata. Fin dall’infanzia conobbe la sofferenza, che accettò con consapevolezza e man mano che avanzava nella giovinezza la sua adesione a Dio aumentava maturando in lei l’ispirazione di offrire alla Chiesa una nuova famiglia religiosa; a 38 anni diede inizio con due compagne all’opera a Napoli, lo sparuto gruppetto iniziale aumentò di numero ed esse si trasferirono in provincia, prima a Portici e poi a S. Giorgio a Cremano dove fondò la casa madre.La nuova istituzione attirò l’attenzione dell’arcivescovo di Napoli, cardinale Guglielmo Sanfelice, cui la Notari sottopose la regola di vita, redatta anche con la sua guida; le nuove suore si chiamarono Crocifisse Adoratrici di Gesù Sacramentato ed ebbero un abito proprio, Maddalena Notari prese il nome di Maria Pia della Croce.

Nel 1894 si aprì una nuova casa a Castel S. Giorgio e l’anno successivo il 1895, un’altra a Nocera Superiore; nella casa madre di S. Giorgio a Cremano madre Notari impiantò un piccolo mulino a mano per la preparazione delle ostie occorrenti per la celebrazione della Messa e per la Comunione dei fedeli, nel contempo si provvedeva alla vinificazione di uve selezionate per la produzione del vino da consacrare; attività tuttora in corso, con macchinari più adeguati. L’istituto già canonicamente approvato dal cardinale Sanfelice nel 1892, venne definitivamente approvato nel 1915; nella nuova Congregazione confluirono tante giovani chiamate ad essere la voce del mondo espressa nella liturgia delle ore con la quotidiana “celebrazione corale” e nella diuturna “adorazione eucaristica”; a loro fu affidata la conduzione del complesso monumentale di S. Gregorio Armeno con annesso monastero, in Napoli già anticamente dei monaci basiliani e giacché nella chiesa vi è il veneratissimo corpo di s. Patrizia, vergine di Costantinopoli, le suore vengono chiamate dal popolo del centro antico di Napoli, le ‘suore di s. Patrizia’.

Sparse in varie regioni d’Italia, il loro ideale è giunto anche all’estero, in particolare nelle Filippine da dove affluiscono molte postulanti e suore.

Madre Maria Pia della Croce, morì il 1° luglio 1919 nella Casa di S. Giorgio a Cremano e ivi tumulata nella cappella.


Beato Mariano Arciero

Sacerdote, Contursi 26 febbraio 1707 – Napoli 16 febbraio 1788

Mariano Arciero nacque a Contursi (Salerno), il 26 febbraio 1707, in una famiglia di contadini laboriosi e pii. Da piccolo aiutava a pascolare il gregge. A otto anni andò a servizio presso il nobile Emanuele Parisio, giovane di grande pietà, che, diventato sacerdote, lo portò con sé a Napoli, come paggio.

Il piccolo, istruito da don Emanuele, cominciò a frequentare la scuola e a fare catechismo ai piccoli. Un giorno, a scuola, il maestro, per una falsa accusa, lo bastonò. Il suo educatore, don Emanuele Parisio, non solo non rimproverò il maestro, ma obbligò il piccolo Mariano a baciare le mani sia dell’insegnante sia di colui che lo aveva ingiustamente accusato. Fece questo per educarlo alla virtù della pazienza.

Il 22 dicembre del 1731 l’Arciero fu ordinato sacerdote. Il suo fervore nell’assidua lettura e memorizzazione della Sacra Scrittura rese il suo cuore biblioteca di Cristo. Morto don Emanuele, si trasferì a Cassano all’Ionio (Cosenza) invitato dal Vescovo di quella diocesi. Iniziò la sua missione percorrendo il contado e insegnando i rudimenti della fede ai grandi e ai piccoli.

Passò evangelizzando paesi e campagne, tanto da meritare il titolo di Apostolo delle Calabrie. Fu un missionario itinerante della parola di Gesù. Inoltre, accompagnò il vescovo nelle visite pastorali, restaurò molti edifici di culto, richiamò all’osservanza i monasteri, fondò opere di accoglienza per educare a un lavoro onesto le orfanelle.

Nel 1751, alla morte del Vescovo e dopo venti anni di permanenza nella diocesi di Cassano, don Mariano passò per un breve periodo a Contursi per riabbracciare la mamma, per poi rientrare definitivamente a Napoli. Nella capitale del Regno, si riaccese la fama della sua sapienza e delle sue virtù.

La sua vita era esemplare. Si contentava di ricevere giornalmente un pezzo di pane dai Padri dell’Oratorio e di prendere una minestra nel seminario diocesano. Le offerte che riceveva le donava in beneficenza ai bisognosi. Era instancabile al confessionale, tanto che bastava dire penitente di Don Mariano, per indicare una persona che viveva cristianamente.

Si spense serenamente e in odore di santità il 16 febbraio 1788. Le sue virtù eroiche furono riconosciute nel 1854 da Pio IX. I suoi resti mortali furono trasferiti da Napoli a Contursi il 5 ottobre del 1950. Si risvegliò allora una forte devozione dei contursani e dopo appena tre anni avvenne il miracolo della straordinaria guarigione della signora Concetta Siani.

Possiamo ridurre a tre, le caratteristiche più rilevanti della santità del nostro Beato. Egli fu apostolo della catechesi, difensore degli ultimi e araldo del Vangelo.

Consapevole che l’ignoranza religiosa era la causa della cattiva condotta e dei peccati del popolo, il Beato Mariano Arciero fu un instancabile catechista. Sovente impiegava più di sei ore nella catechesi ai piccoli, raccogliendoli dalle strade, insegnando loro delle canzoncine e, infine, istruendoli sulla fede. Accorrevano alle sue istruzioni anche gli adulti e gli stessi sacerdoti, per apprendere il metodo di come insegnare con frutto la dottrina cristiana.

In secondo luogo, don Mariano era sempre pronto a sovvenire ai bisogni degli indigenti. Egli stesso viveva da povero: abitava in un misero tugurio, prendeva il cibo per elemosina in seminario, si vestiva con indumenti donati dai benefattori, dispensava ai poveri le offerte ricevute, vegliava sulla mortificazione dei sensi, portava con gioia la croce delle sofferenze e delle umiliazioni. Con le offerte che riceveva contribuì a costruire chiese, riparare cappelle, sostenere famiglie in difficoltà, aiutare alcuni nipoti a seguire gli studi. Un nipote si fece cappuccino, un altro alcantarino e un terzo sacerdote diocesano. Confidando nella divina provvidenza portò a termine tante opere buone.

Queste opere di carità erano sostenute dal suo fervore eucaristico. Chiamava affettuosamente Gesù Sacramentato, la gioia bella, l’amore mio, il pazzo d’amore. Quando parlava dell’eucaristia sembrava volare dal pulpito all’altare, per adorare il Santissimo. Un giorno, in Calabria, il popolo desiderava la pioggia. Egli aprì il tabernacolo, dicendo: «Gesù Cristo è con noi: egli può farci la grazia; pregatelo». Ed ecco venir giù una pioggia abbondante e inaspettata.

Era grandemente persuaso della dignità del sacerdote, che – diceva – con il suo potere sull’eucaristia è superiore sia agli angeli, perché fa discendere Dio dal cielo sulla terra, sia a Maria Santissima, perché ella fece discendere Dio una sola volta sulla terra, mentre il sacerdote sempre.

Infine, il nostro Beato non si stancava di esortare ad avere fede in Cristo e nella sua parola di vita. Una cura particolare la riservava all’istruzione dei sacerdoti. Per quasi un trentennio fu predicatore del seminario diocesano di Napoli, diventando formatore sapiente e apprezzato.

Don Mariano predicava anche nelle chiese della città, confortando con la sua parola, vescovi e sacerdoti, nobili e plebei, giovani e anziani. Non pochi furono mossi dalla sua parola alla conversione dei costumi. Un giorno Francesco Mastrosanto, un mangiapreti incallito, sentì predicare il nostro Beato. Entrò in chiesa con l’intenzione di cogliere qualche parola fuori posto, per poterne fare una satira e appenderla per dispregio alla porta della chiesa. Ma non trovò niente da censurare. Ritornò il giorno dopo con la stessa empia intenzione. Ma avvenne che, colpito dalla grazia, scoppiò a piangere, pentendosi dei propri peccati. Divenne un grande penitente e, avvertendo la vocazione, si fece sacerdote e visse e morì da santo.

Un avvocato napoletano, Giacomo Migliaccio, dalle parole accorate dell’Arciero si rese conto dei pericoli spirituali della sua professione, si fece Redentorista, dedicandosi con zelo alle fatiche apostoliche, tanto da essere chiamato l’Angelo della Congregazione.

Queste tre caratteristiche – catechesi, carità e predicazione – venivano elevate al grado eroico dalla sua umiltà, che fu il sigillo della sua santità. Ricordava spesso che da piccolo era stato servo, custode di capre e di maiali; che la mamma sosteneva la famiglia trasportando l’acqua nelle case; che, da piccolo, insieme alla mamma andava a cogliere i grappoli e le olive, che dopo la vendemmia e la raccolta venivano lasciati ai poveri.

Ai sacerdoti ricordava che, per esercitare degnamente l’ordine sacro, il sacerdote deve avere una bontà super eccellente. È la santità e il buon esempio dei sacerdoti a edificare e convertire i fedeli, così come, purtroppo, è la loro cattiva condotta a diventare veleno, che inquina l’acqua di sorgente della grazia divina.

In conclusione, è grandemente attuale questo sacerdote vissuto più di due secoli fa. Instancabile evangelizzatore. annunziava la parola di Gesù con entusiasmo, suscitando conversione, speranza e gioia. Si fece guida a Cristo buon pastore, riconducendo a lui i cuori affranti e smarriti e aprendoli alla speranza, alla fiducia, all’ottimismo, nonostante le difficoltà e gli ostacoli di ogni genere.