Biografia dell’Arcivescovo Camillo Alleva

Nacque il 12 marzo 1770 a Napoli, nel vicolo della Pignasecca, da Antonio Alleva e Prudenza Maldacena. Fu ordinato sacerdote il 16 marzo 1793, un anno prima dell’età canonica, donde una dispensa pontificia per difetto di età. Maestro di sacra teologia a Napoli, fu nominato vescovo di Ugento il 26 giugno 1818 e fu ordinato due giorni dopo dal Cardinal Bartolomeo Pacca. Rinunciò alla sede il 13 dicembre 1824 poiché era stato eletto componente della giunta dei vescovi. Il 16 giugno 1825 fu eletto membro della Consulta di Stato del Regno delle Due Sicilie. Fu proposto il 22 novembre 1825 da Francesco I delle Due Sicilie all’Arcidiocesi di Salerno e promosso arcivescovo di Salerno e amministratore perpetuo di Acerno il 19 dicembre 1825.
 

Contestualmente è invitato a ricostruire il palazzo vescovile nella sede in amministrazione e ad erigere il monte di pietà nelle due diocesi.
Il 23 luglio 1826 indice una visita pastorale; dedica quattro giorni ad un esame minuzioso della cattedrale, dell’atrio, del campanile: per quest’ultimo prescrive la costruzione di una gradinata in muratura in luogo di quella di legno.
Nel 1828 approva il nuovo statuto del Capitolo metropolitano. 
 

Il nome di Camillo Alleva è ricordato a proposito della condanna a morte dei sacerdoti che nell’estate del 1828 avevano partecipato ai moti costituzionali antiborbonici del Cilento repressi con ferocia dal generale borbonico Francesco Saverio Del Carretto. Del Carretto aveva condannato a morte con processo sommario i patrioti che si erano costituiti: i laici furono fucilati immediatamente il 19 luglio 1828. Per due sacerdoti, il canonico Antonio de Luca di Celle di Bulgaria e il nipote d. Giovanni de Luca, curato di Abatemarco, i quali godevano di immunità in base al Concordato del 1818 fra il Regno delle Due Sicilie e la Santa Sede, Del Carretto si rivolse alle autorità religiose del Cilento perché li riducessero allo stato laicale, condizione necessaria per la successiva fucilazione. 
 

Il maresciallo di campo Del Carretto si rivolse prima a monsignor Filippo Speranza, vescovo di Capaccio, che oppose un reciso rifiuto; altrettanto fece monsignor Nicola Maria Laudisio, vescovo di Policastro. Miglior fortuna non trovò nemmeno con monsignor Michele Arcangelo Lupoli, arcivescovo di Conza e amministratore di Campagna. Del Carretto trasferì allora i due sacerdoti a Salerno dove Alleva si mise a sua disposizione. L’indomani, il 24 luglio 1828, i due condannati furono fucilati alle spalle.
 

Ricostruisce la vicenda lo storiografo Pietro Laveglia:
«La grottesca messa in scena si svolse nella sacrestia del duomo dove furono condotti i due sacerdoti vestiti dei sacri paramenti e con il calice e l’ostia nelle mani. Il vescovo strappò prima il calice dalle mani dei due condannati e poi con un pezzo di vetro resecò loro la tonsura e i polpastrelli del pollice e dell’indice. Il De Luca, guardando fisso negli occhi il vescovo gli gridò “ora non siamo più preti?”. I due condannati furono poi rinchiusi nella cappella detta del Monte dei morti, assistiti per tutta la notte da un frate».

Per questa vicenda, la Santa Sede sospese per un anno l’arcivescovo Alleva dai pontificali. Il sovrano delle Due Sicilie lo premiò invece con il Reale Ordine di Francesco I: nell’ottobre 1829 Camillo Alleva ricevette dallo stesso Francesco I la Gran croce nella capitale del regno, ma vi morì improvvisamente pochi giorni dopo, il 30 ottobre, senza essere potuto ritornare prima a Salerno. Fu sepolto a Napoli nella Basilica dello Spirito Santo.